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Dall' 8 dicembre 2005
Castelfranco (Tv), città del Giorgione
A mezzodì dell’8 dicembre, giorno dell’Immacolata, le campane di tutte le chiese di Castelfranco Veneto suoneranno a festa per salutare il ritorno della Pala del Giorgione nel Duomo della città.
Vi mancava dalla fine di febbraio 2002, quando ne venne deciso il trasferimento a Venezia per restauri definiti improrogabili. Conclusi questi, il capolavoro del Giorgione è rimasto nel capoluogo lagunare per essere esposto nella mostra dedicata all’artista e quindi, come attrattiva, nelle Gallerie dell’Accademia.
Il tutto in attesa che la Cappella Costanzo del Duomo di Castelfranco venisse sottoposta ad una complesso insieme di interventi tali da trasformarla in una sofisticata “teca tecnologica” in grado di assicurare una perfetta conservazione alla grande tavola su cui, tra il 1503 e il 1504, Giorgio da Castelfranco raffigurò la “Madonna in trono con il Bambino e i santi Francesco e Nicasio” su committenza del siciliano Tuzio Costanzo che volle il dipinto in memoria del ventitreenne figlio Matteo morto al servizio della Serenissima.
Soprintendenze competenti, Parrocchia, Comune, anche grazie alla collaborazione di Rotary Club, Unicredit Banca, Graficart-Artigrafiche di Resana, Ascom Castelfranco e Pettenon Cosmetici, hanno finanziato e realizzato tutti gli interventi necessari ad un sicuro ritorno della fragile opera.
Non sono mancati, quando l’attesa sembrava doversi procrastinare all’infinito e alcuni adombravano manovre per rendere definitiva la permanenza della Pala a Venezia, interventi delle autorità locali religiose e politiche e della stessa popolazione della città che, qualche mese fa, di fronte alla sensazione di un ennesimo stallo, ha persino organizzato un sit-in di fronte alle Gallerie dell’Accademia per reclamare il ritorno dell’opera.
“Senza la nostra Pala ci sentivamo un po’ orfani, afferma il Sindaco di Castelfranco Maria Gomierato. Il dipinto del Giorgione, amatissimo dalla nostra gente, non è solo una dei grandi capolavori universali della storia dell’arte ma il simbolo di Castelfranco, città d’arte tra le più belle del Veneto”.
A sentirsi orfani della Pala, in questi tre anni di esilio veneziano, sono stati anche i turisti che giungono, da mezzo mondo, a Castelfranco proprio sollecitati dalla presenza del celebre dipinto e che si sono trovati un cantiere sbarrato al posto della Pala.
Per il ritorno della “Madonna” del Giorgione, si apriranno le porte anche di un altro tesoro, praticamente sconosciuto, del Duomo: la Sacrestia dell’Abate Mitrato, scrigno di oggetti di culto di straordinaria preziosità ma soprattutto luogo dove è custodito il nucleo più importante di un capolavoro disperso e in gran parte perduto: il ciclo di affreschi che Paolo Veronese realizzò nel 1551 per la villa Soranza di Treville, località contigua alla città murata di Castelfranco. Quando, nel 1817, venne deciso l’abbattimento del sontuoso edificio progettato da Michele Sanmicheli, cultori locali decisero di tentare lo stacco delle principali scene affrescate. L’intervento, ancorché condotto con mezzi allora sperimentali, riuscì.
Del centinaio di lacerti tratti dalle decorazioni del Veronese, i sei che da allora sono conservati all’interno della Sacrestia del Duomo di Castelfranco rappresentano il nucleo superstite più importante e numeroso. Della stragrande maggioranza si sono perse le tracce e ammirare oggi le figure celate all’interno della Sacrestia dell’Abate Mitrato del Duomo consente di avere almeno una sensazione della grandezza del capolavoro decorativo andato purtroppo perduto.
L’itinerario culturale che Castelfranco propone ai turisti che torneranno ad ammirare la Pala si estende, fuori del Duomo, alla contigua Casa del Giorgione. L’edificio deve il nome al Fregio delle Arti Liberali e Meccaniche, attribuito al Maestro, che ne impreziosisce il salone del piano nobile. L’affresco, che da sempre costituisce un vero rompicapo per gli studiosi, sia a livello attributivo che di lettura di ciò che in esso l’artista ha voluto rappresentare, costituisce una sofisticata sintesi del raffinato sapere alchemico e filosofico del primo Rinascimento.
Dopo aver ammirato questo meraviglioso “concentrato” di arte veneta del Cinquecento, l’invito è di immergersi nell’atmosfera della città che vive entro la cinta muraria duecentesca per poi uscire, al di là delle porte, verso le Bastie e la grandiosa Piazza del mercato, un tempo “franco”, naturalmente intitolata al Giorgione.
Tutto intorno un territorio dove lo sviluppo urbanistico ed industriale non ha annullato il fascino di autentiche meraviglie: le molte ville, tra cui le palladiane Ville Emo a Fanzolo e Barbaro, a Maser, i sontuosi parchi e giardini storici, tra i più ammirati quello di Villa Revedin Bolasco, sino allo stupore e allo straniamento che Carlo Scarpa ha saputo creare intorno ad uno dei monumenti più importanti dell’architettura contemporanea: il Cimitero Brion a San Vito d’Altivole. Senza dimenticare la Casa di Pio X a Riese o le preistoriche “Motte” di Godego e le altre infinite piccole e grandi scoperte che un territorio variegato come quello della “Castellana” propone con grande dovizia.
Senza dimenticare, ancora, che qui la gastronomia è arte e che in queste campagne si coltiva ancora la specie più raffinata e rara di radicchio, quel “Variegato di Castelfranco”, a tutti noto come l’inarrivabile “fiore che si mangia”.
Per informazioni turistiche: IAT di Castelfranco Veneto, tel. 0423.491416.
Casa di Giorgione: tel. 0423.725022 direzione@biblioteca.castelfrancoveneto.tv.it
La Pala di Giorgione nel Duomo di S. Maria Assunta e S. Liberale
Il dipinto su tavola (cm 200,5 x 144,5), databile circa 1503-1504, fu commissionato da Tuzio Costanzo per la cappella di famiglia, in occasione della morte del figlio Matteo (avvenuta tra la primavera del 1503 e l’estate del 1504), raffigurato in armatura completa sulla lapide tombale, in origine murata su una parete laterale.
All’interno del Duomo, a destra del presbiterio, l’enigmatica e affascinante figura di Giorgione (Castelfranco Veneto, 1478 circa - Venezia, 1510) si materializza nella straordinaria invenzione poetica e compositiva della Pala, commissionata da Tuzio Costanzo, uomo d’armi, per la cappella di famiglia, in occasione della morte del figlio Matteo, raffigurato in bassorilievo sulla lapide tombale, ora posta ai piedi dell’altare.
Il dipinto - una delle poche opere certe del pittore, databile tra il 1503 e il 1504 (permangono ipotesi di datazione intorno all’anno 1500) - raffigura, sullo sfondo di un paesaggio, la Madonna in trono con il Bambino, san Francesco e san Nicasio (in passato identificato in san Giorgio o in san Liberale, patrono di Castelfranco e Treviso), che impugna l’insegna dei cavalieri di Malta, detti anche Gerosolomitani o Giovanniti. San Nicasio era appartenuto a questo ordine cavalleresco e, dopo la morte per martirio nel 1187, fu venerato, spesso insieme a san Francesco, soprattutto a Messina, città di origine di Tuzio, anch’egli cavaliere giovannita come altri membri della sua famiglia.
L’opera - una tavola lignea formata da assi di pioppo accostate – subì numerosi e talora maldestri restauri fin dal secolo XVII, ai quali si aggiunsero gli effetti di eventi traumatici, tra cui il clamoroso furto del 10 dicembre 1972. Nel 2002-2003 è stata finalmente sottoposta ad un complesso ed accurato intervento di restauro in occasione della mostra di Venezia Giorgione, “Le maraviglie dell’arte”, tenutasi alle Gallerie dell’Accademia dal 1 novembre 2003 al 22 febbraio 2004.
Nella tavola di Castelfranco, Giorgione introduce elementi fortemente innovatori nella pittura veneta rinascimentale. Se in famosi dipinti, come La tempesta, La vecchia, I tre filosofi e lo stesso Fregio di casa Marta-Pellizzari, l’allegorismo si spinge sino ai limiti dell’ermetismo più imperscrutabile, nello splendore cromatico della Pala Giorgione si fa altissimo interprete della pittura tonale veneziana del secondo Quattrocento, che affida la costruzione dell’immagine a una tecnica sapiente fatta di velature sovrapposte di strati colorati, cioè quella “pittura sanza disegno” (di cui parlava Giorgio Vasari nelle sue Vite, edite nel 1550), ove il chiaroscuro morbido e avvolgente annulla i passaggi bruschi tra luce e ombra. L’autentica novità della Pala consiste nell’avere scardinato l’impianto tradizionale delle pale immediatamente precedenti (Piero della Francesca, Ercole de’ Roberti, Antonello da Messina) o coeve (Giovanni Bellini e Lorenzo Lotto), abolendo ogni riferimento a un interno aulico o ecclesiastico ed erigendo, entro un’architettura pittorica a verticalità "piramidale", un trono altissimo, quasi innaturale, immerso nella luce effusa da un paesaggio, ampio e profondo, di campagne e colline.
Le due minuscole figure di armati e il villaggio turrito in rovina "parlano" di guerra, generatrice di dolore e di morte. Un respiro atmosferico, pervaso da un assoluto silenzio, impregna l’intera figurazione e inonda la penombra della cappella.
Una cortina di rosso velluto identifica i due "registri" della composizione: il mondo delle azioni umane, nel quale "vivono" la Madonna e il Bambino, e lo spazio sacro ai piedi del trono, ove, in una dimensione intima e meditativa, i due santi, evocativi dell’ardimento (Nicasio) e della pietà (Francesco), rivolgono il loro sguardo assorto allo spettatore e al devoto.
Recenti studi sulla Pala hanno proposto nuove e convincenti letture interpretative, fondate, tra l’altro, sull’analisi dell’originario assetto interno della cappella Costanzo nella chiesa "vecchia" (ristrutturata nel 1467), demolita per far posto al Duomo di F. M. Preti (iniziato nel 1724). Infatti, l’attuale cappella (inaugurata nel settembre 1935) propone una configurazione del rapporto tra Pala e lapide tombale radicalmente diversa da quella documentata all’inizio del sec. XVI. Un secondo e determinante filtro di lettura è suggerito dall’identificazione del "cubo" sottostante il trono in un "sarcofago" di porfido.
La cappella, costruita dopo il 1467, pervenne alla famiglia Costanzo probabilmente quando Tuzio, il committente della Pala, si trasferì a Castelfranco (circa 1475), dove aveva acquistato l’omonima casa (ora Menegotto) in vicolo del Paradiso. Tuzio Costanzo, figlio di Muzio (vicerè di Cipro), era nato a Messina. Si era poi trasferito a Cipro, al servizio della regina Caterina Cornaro (sposa del re cipriota Giacomo II di Lusignano, costretta nel 1489 al "dorato esilio" di Asolo) e, successivamente, fu celeberrimo condottiero della Repubblica Veneta. Nella "vecchia" cappella, la tomba di Matteo Costanzo, figlio di Tuzio, era scavata in un muro laterale e chiusa dalla lastra oggi deposta ai piedi dell’altare. Matteo era morto di febbri a Ravenna, all’età di 23 anni, tra la primavera del 1503 e l’estate del 1504, nel corso di una campagna bellica condotta dalla Serenissima. Il bassorilievo mostra l’immagine di un giovane guerriero, in armatura completa, con la spada al fianco e un copricapo sui capelli fluenti. Ai lati della testa: lo stemma dei Costanzo (lo stesso dipinto sul "sarcofago" alla base del trono), "parlante" (costa/Costanzo) nelle sei costole umane sovrastate da un leone rampante, e lo stemma dei Verni, la famiglia nobile originaria di Maiorca cui apparteneva Isabella, sposa di Tuzio. L’iscrizione posta alla base della lapide celebra la bellezza e il valore di Matteo Costanzo e sigla una data, agosto 1504, riferibile all’allestimento della cappella. Sul muro opposto, si trovava il sepolcro di Tuzio, che aveva così disposto nel suo testamento del 1510. Volta e pareti erano affrescate, forse dallo stesso Giorgione, con Il Redentore in atto di benedire, quattro Evangelisti in altrettanti tondi e arabeschi decorativi. Dunque, né la Madonna e il Bambino, né i due santi rivolgevano lo sguardo verso la lapide tombale di Matteo, come oggi sembra apparire, perché immurata a parete. Dunque, come s’è visto poc’anzi, san Nicasio e san Francesco guardavano al devoto che si accostava ai piedi dell’altare. Quanto alla Madonna e soprattutto al Bambino (indagini radiografiche ne hanno documentato la modificazione degli occhi, rivolti verso lo spettatore in un primo tempo, e in basso, nella versione finale), i loro sguardi tristi e accorati sono rivolti in direzione del "sarcofago" di porfido, sepolcro simbolico dei Costanzo, legato visivamente e idealmente, mediante lo stemma dipinto in prospetto, ai sepolcri sui muri laterali. In tal modo gli sguardi della Madonna e del Bambino raccordano i due "registri" della Pala, altrimenti assoggettati a una "irrimediabile" cesura. Proprio dalla necessità di inserire il "sarcofago" (oggetto di un intenso lavorìo e di "pentimenti" del pittore) deriva la verticalità "piramidale" della Pala. La scelta del porfido si caricava di una connotazione simbolica marcatamente funeraria e, di più, di un’esplicita "regalità", essendo tale materiale utilizzato quasi esclusivamente nei sepolcri di imperatori romani, papi medievali e sovrani normanni e svevi nella Sicilia di Tuzio, con ciò alludendo all’alta dignità e alla nobiltà della famiglia Costanzo e al titolo di vicerè di Cipro del padre del committente.
Oggi, la sobria cappella della Pala è meta di visitatori provenienti da tutto il mondo e, malgrado il riassetto del 1935, il capolavoro di Giorgione non cessa di catturare lo spettatore in un forte coinvolgimento emotivo, suscitato dalla serenità del paesaggio, dal commosso silenzio dei personaggi e dalla muta compostezza dell’effigie marmorea del giovane Matteo Costanzo.
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