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16 febbraio – 13 giugno 2010
Fondazione Roma Museo - Via del Corso 320, Roma
Per la prima volta in Italia, Roma e Milano rendono omaggio all’intera
carriera di Edward Hopper (1882-1967) il più popolare e noto artista americano
del XX secolo, con una grande rassegna antologica senza precedenti nel nostro
paese. Accolta dal pubblico con grande successo nella sede di Palazzo Reale a
Milano, con oltre 180 mila visitatori, la mostra è attesissima a Roma, dove sarà
aperta al pubblico il 16 febbraio 2010 nelle sale del Museo Fondazione Roma, con
importanti novità: l’arrivo di altri capolavori dai musei americani, un
originale e suggestivo allestimento e una nuova edizione del catalogo. Promossa
dalla Fondazione Roma, cui si deve l’impulso iniziale alla realizzazione
dell’evento, grazie all’iniziativa del Presidente Prof. Avv. Emmanuele Francesco
Maria Emanuele, la mostra è prodotta con il Comune di Milano – Cultura ed
Arthemisia Group, in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New
York e la Fondation de l’Hermitage di Losanna. “Edward Hopper – afferma Il Prof.
Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele, Presidente della Fondazione Roma – è
senza dubbio uno degli artisti americani più significativi del XX secolo, che ha
dato visibilità, trasferendoci sentimenti e sensazioni originali, ad un’America
meno sfolgorante di quella che l’iconografia tradizionale ci ha trasmesso in
quell’epoca. Un’America dai contorni meno monumentali, meno attrattivi:
un’America del quotidiano, fatta di posti apparentemente anonimi, ma in cui
pulsa la vita di tutti i giorni di quella “middle-class” che costruisce, lo si
voglia riconoscere o meno, la vera forza di quella grande nazione. Nel contesto
di questa America che possiamo definire in crescita tumultuosa, Hopper
visualizza gli aspetti più borghesi, più intimi, dando loro tuttavia una patina
originale, nella quale – con grande crudezza, frutto di una sua visione
personale – ci mostra, nel contesto urbano e agricolo, i sentimenti di una
stagione dell’anima che sono la conseguenza della solitudine e dell’alienazione
dell’uomo. E’ con grande orgoglio, quindi, che presentiamo questa mostra a Roma,
augurandoci che questa operazione da noi promossa d’intesa con il Comune di
Milano ed Arthemisia Group, realizzata grazie alla partnership con il Whitney
Museum of American Arts e con la Fondazione dell’Hermitage di Losanna, oltre che
rappresentare un contributo al grande artista americano, costituisca
un’ulteriore testimonianza della nostra attenzione al processo di osmosi
interculturale che da sempre muove l’attività del Museo della Fondazione Roma.
Tutto ciò, ancora una volta a dimostrazione del mio convincimento che tali
sinergie – che mettono nella condizione di operare assieme strutture pubbliche e
private, senza pretese egemoniche di una sull’altra – possano dare origine ad
eventi di livello internazionale, persuaso come io sono che questo sia il mezzo
attraverso cui la cultura può essere diffusa in maniera razionale permettendone
una fruizione più ampia”. LA MOSTRA A Roma nuovi eccezionali dipinti Oltre alle
160 opere esposte alla mostra milanese, a Roma giungeranno altri grandi
capolavori dell’artista, quali il bellissimo Self-Portrait del 1925-1930 e,
inoltre, The Sheridan Theatre (1937), New York Interior (1921 circa), Seven A.
M. (1948); South Carolina Morning (1955) accanto ai relativi disegni
preparatori. Dipinti straordinari che completano il gruppo delle opere celebri
già presenti a Milano, tra cui Summer Interior (1909), Pennsylvania Coal Town
(1947), Morning Sun (1952), Second Story Sunlight (1960), A Woman in the Sun
(1961) e la bellissima Girlie Show (1941). Un percorso, a cura di Carter Foster,
che attraversa tutta la produzione di Hopper e tutte le tecniche di un artista
considerato oggi un grande classico della pittura del Novecento. Allestimento
“STOP E MOTION” Grazie al suggestivo allestimento a cura del team Master IDEA,
costituito ad hoc da IDEA Associazione Italiana Exhibition Designers e guidato
dall’Arch. Luca Cendali, sarà possibile ammirare Hopper in una veste del tutto
diversa e originale. Il nuovo allestimento, voluto dal Presidente Emmanuele F.
M. Emanuele e appositamente ideato per il Museo Fondazione Roma, prevede di far
rivivere le opere di Hopper come ricostruzioni di spazi fisici, puntando
soprattutto sull’elemento architettonico che il visitatore può animare. Il
pubblico avrà un’accoglienza mozzafiato, perché farà il suo ingresso in mostra
attraversando una suggestiva ambientazione notturna con una ricostruzione
scenografica ispirata al bar raffigurato nel noto dipinto Nighthawks (1942). Un
ingresso che invita ad immergersi nel mondo di Hopper e a diventare protagonisti
del dipinto, grazie ad un’operazione perfettamente in linea con la poetica
dell’artista che guarda all’uomo comune come al soggetto narrativo dei suoi
quadri. Uno spazio che verrà animato da eventi collaterali nel corso
dell’esposizione. Il percorso della mostra proseguirà all’insegna
dell’interazione tra opere e visitatori grazie alle scenografiche e suggestive
ambientazioni che seguono l’impostazione cronologica e tematica del curatore. Le
scene fissate dall’artista sulla tela saranno fonte di immaginazione e
dilatazione temporale per chi guarda, così come avviene nel racconto
cinematografico teatrale o letterario. L’allestimento, arricchito da
un’illuminazione che scandisce la dimensione spazio-temporale e da un sottofondo
sonoro con rumori ispirati ai luoghi dei quadri (città, interni, campagna,
mare), accompagnerà quindi l’evoluzione stilistica di Hopper e il contesto che
l’ha contraddistinta, amplificando il flusso emozionale generato dai suoi
dipinti. Una mostra, unica nel suo genere e ancora più coinvolgente, che si
potrà vedere o rivedere nella capitale come un nuovo straordinario evento. Saggi
in catalogo Anche il catalogo Skira dell’edizione di Roma, sarà una
pubblicazione rinnovata. Oltre ai saggi di Carter Foster, Carol Troyen, Sasha
Nicholas, Goffredo Fofi, Demetrio Paparoni, Luigi Sampietro, conterrà infatti
anche i saggi di Vittorio Sgarbi e Marco Di Capua, e le prefazioni del
Presidente della Fondazione Roma, Emmanuele F.M. Emanuele; del Sindaco di
Milano, Letizia Moratti; dell’Assessore alla Cultura e alla Comunicazione del
Comune di Roma, Umberto Croppi; dell’Ambasciatore degli Stati Uniti d’America
presso la Repubblica Italiana e San Marino, David H. Thorne; e di Adam D.
Weinberg, Alice Pratt Brown Director del Whitney Museum of American Art. Artista
Nato e cresciuto a Nyack una piccola cittadina nello Stato di New York, Hopper
studia per un breve periodo illustrazione e poi pittura alla New York School of
Art con i leggendari maestri William Merritt Chase e Robert Henri. Si reca in
Europa tre volte (dal 1906 al 1907, nel 1909 e nel 1910) e soprattutto le
esperienze parigine lasciano in lui un segno indelebile, alimentando quel
sentimento francofilo che non lo avrebbe mai abbandonato, anche dopo essersi
stabilito definitivamente a New York, dal 1913. Alto un metro e novanta,
nonostante la forte presenza fisica, era famoso per la sua reticenza, scriveva o
parlava pochissimo del suo lavoro. Scomparso all’età di ottantaquattro anni, la
sua arte gode della stima della critica e del pubblico nel corso di tutta la
carriera, nonostante il successo dei nuovi movimenti d’avanguardia, dal
Surrealismo all’Espressionismo astratto, alla Pop art. Nel 1948 la rivista
“Look” lo nomina uno dei migliori pittori americani; nel 1950 il Whitney Museum
organizza un’importante retrospettiva su di lui e nel 1956 il “Time” gli dedica
la copertina. Nel 1967, l’anno della sua morte, rappresenta gli Stati Uniti alla
prestigiosa Bienal di São Paulo. Da allora, l’opera di Hopper è stata celebrata
in diverse mostre e ha ispirato innumerevoli pittori, poeti e registi. Eloquente
il tributo del grande John Updike che in un saggio del 1995, definisce i suoi
quadri “calmi, silenti, stoici, luminosi, classici”. Percorso La storia di
Edward Hopper è indissolubilmente legata al Whitney Museum of American Art che
ospitò varie mostre dell’artista, dalla prima nel 1920 al Whitney Studio Club a
quelle memorabili nel museo, del 1960, 1964 e 1980. Dal 1968, grazie al lascito
della vedova Josephine, il Whitney ospita tutta l’eredità dell’artista: oltre
3000 opere tra dipinti, disegni e incisioni. A cura di Carter Foster,
conservatore del Whitney Museum che ha concesso per l’occasione il nucleo più
consistente di opere, la rassegna, realizzata con il coordinamento scientifico
di Carol Troyen, vanta tuttavia importanti prestiti anche dal Brooklyn Museum of
Art di New York, dal Terra Foundation for American Art di Chicago, dal Columbus
Museum of Art e per la sede di Roma anche dal Newark Museum del New Jersey.
Suddivisa in sette sezioni, seguendo un ordine tematico e cronologico,
l’esposizione italiana ripercorre tutta la produzione di Hopper, dalla
formazione accademica agli anni in cui studiava a Parigi, fino al periodo
“classico” e più noto degli anni ‘30, ‘40 e ’50, per concludere con le grandi e
intense immagini degli ultimi anni. Il percorso prende in esame tutte le
tecniche predilette dall’artista: l’olio, l’acquerello e l’incisione, con
particolare attenzione all’affascinante rapporto che lega i disegni preparatori
ai dipinti: un aspetto fondamentale della sua produzione fino ad ora ancora poco
considerato nelle rassegne a lui dedicate. Le prime sezioni “Autoritratti”,
“Formazione e prime opere. Hopper illustratore” e “Hopper a Parigi” illustrano
un gruppo di promettenti autoritratti, le opere del periodo accademico e quindi
gli schizzi inondati di luce e le opere del periodo parigino, come il
particolare dipinto Soir Bleu (1914) mai più esposto dal 1914. La sala dedicata
a “La definizione dell’immagine: Hopper incisore”, con capolavori fra cui Night
Shadows (1921) e Evening Wind (1921), mette in evidenza la sua tecnica elegante
e quel “senso di incredibile potenzialità dell’esperienza quotidiana” che
riscuote grande successo e che segna l’inizio di una felice carriera. Nella
sezione titolata “L’elaborazione di Hopper: dal disegno alla tela”, che celebra
la straordinaria mano di Hopper disegnatore e il suo metodo di lavoro, viene
presentato un gruppo significativo di disegni preparatori. Si potrà qui ammirare
il percorso creativo di The Sheridan Theatre (1937), novità assoluta per la sede
romana, oltre a quelli per Morning Sun (1952) e per il precedente New York Movie
(1939), nei cui bozzetti si può vedere chiaramente come prenda forma la figura
femminile: all’inizio è quasi un ritratto della moglie Jo (sua unica modella)
per poi giungere alla “maschera” del cinema - uno dei temi prediletti
dall’artista - assorta nei suoi pensieri e bella come una diva. Questa sezione
svela quanto il “realismo hopperiano” sia spesso il frutto di una sintesi di più
immagini e situazioni colte in tempi e luoghi diversi e non una semplice
riproduzione dal vero. In mostra eccezionalmente anche uno dei suoi i famosi
taccuini, l’Artist’s Ledger Book III, che riempiva insieme alla moglie, dove si
vedono abbozzati molti dei suoi dipinti a olio. Nelle sale dedicate a
“L’erotismo di Hopper” la mostra riunisce invece alcune delle più significative
immagini di donne in stati contemplativi, perlopiù nude o semi svestite, da sole
e in interni, come nel bellissimo dipinto, da ammirare in più a Roma, New York
Interior (1921 circa). Opere che insieme alle opere della sezione "L’essenza
dell’artista. Tempo, luogo e memoria" illustrano al meglio la poetica
dell’artista, il suo discreto realismo e soprattutto l’abilità nel rivelare la
bellezza nei soggetti più comuni, usando spesso un taglio cinematografico, molto
apprezzato dalla critica. Hopper è stato per lungo tempo associato a suggestive
immagini di edifici urbani e alle persone che vi abitavano, ma più che i
grattacieli – emblemi delle aspirazioni dell’età del jazz – egli preferiva le
fatiscenti facciate rosse di negozi anonimi e i ponti meno conosciuti. Tra i
suoi soggetti favoriti vi sono scorci di vita nei tranquilli appartamenti della
middle class, spesso intravisti dietro le finestre da un treno in corsa,
immagini di tavole calde, sale di cinema, divenute delle vere e proprie icone,
come testimoniano alcuni celebri capolavori esposti: Cape Cod Sunset (1934),
Second Story Sunlight (1960) e A Woman in the Sun (1961) e in prima assoluta a
Roma anche Seven A. M. (1948) e South Carolina Morning (1955). Hopper realizza
inoltre notevoli acquerelli, durante le estati trascorse a Gloucester
(Massachusetts), nel Maine, e a partire dal 1930, a Truro (Cape Cod). Difficile
vedere il mare in quelle opere che raffigurano piuttosto dune di sabbia arse dal
sole, fari e modesti cottage, animati da sensuosi contrasti di luce e ombra.
Dipinti che evocano sempre delle storie pur lasciando irrisolte le motivazioni
dei personaggi. La mostra è arricchita di un importante apparato fotografico,
biografico e storico, in cui viene ripercorsa la storia americana dagli anni ’20
agli anni ’60 del XX secolo: la grande crisi, il sogno dei Kennedy, il boom
economico. Un’occasione dunque per capire meglio anche la nuova crisi di oggi e
l’America di Barack Obama.
Infoline > 199 202 202 www.edwardhopper.it
Ufficio Stampa mostra
Arthemisia Group
Sito internet
www.edwardhopper.it
Orario apertura
tutti i giorni dalle 10 alle 20
Lunedì dalle 10 alle 15
Venerdì e sabato dalle 10 alle 22
la biglietteria chiude un’ora prima
Biglietti
intero: Euro 10,00
ridotto: Euro 8,00
Scuole: Euro 4,50
Nuclei famigliari da 3 a 5 persone: € 20,50
Diritto di prevendita
Gruppi: Euro 1,50
Scuole: Euro 1,00
Informazioni e prenotazioni
Charta
Call center 199 202202
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