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Dal 25 febbraio al 6 giugno 2010
Milano, Palazzo Reale
Realizzata in collaborazione con il Leopold Museum di Vienna, promossa dal
Comune di Milano, Assessorato alla Cultura, coprodotta e organizzata da Palazzo
Reale e Skira Editore. Curata da Franz Smola, conservatore del museo austriaco,
l’esposizione presenta circa 40 dipinti e opere su carta dell'artista Egon
Schiele, accompagnati da altrettanti capolavori di Klimt, Kokoschka, Gerstl,
Moser e vari altri protagonisti della cultura viennese del primo Novecento.
“Egon Schiele e la Vienna del primo Novecento rivivono nelle sale di Palazzo
Reale con la grande esposizione promossa dal Comune di Milano che pone al centro
dell’attenzione una stagione della Mitteleuropa attraversata da un intenso
fermento culturale e insieme dalle contraddizioni e dai conflitti che porteranno
alla prima guerra mondiale – spiega l’assessore alla Cultura Massimiliano
Finazzer Flory -. L’obiettivo è quello di restituire al pubblico la ricchezza di
un’epoca irripetibile e di una città-simbolo, Vienna, che in quegli anni
rappresenta il tormentato destino del vecchio Continente". La mostra
ricostruisce attorno alla figura di Schiele, il clima culturale di Vienna nei
primi anni del XX secolo, partendo dalla fondazione della Secessione,
attraversando le tendenze espressioniste della generazione successiva, fino al
1918, anno segnato dalla fine della prima guerra mondiale e dalla morte di Klimt
e Schiele. Un breve ma intenso periodo, in cui Vienna, da centro della cultura
mitteleuropea, diventa teatro di rovina della vecchia Europa. Si tratta di una
rara occasione per ammirare, affiancati alle oltre quaranta grandi opere esposte
di Schiele, tra cui i celeberrimi Donna inginocchiata in abito rosso, 1910, Moa,
1911, Autoritratto con alchechengi, 1912, Case con bucato colorato, 1914, Donna
accovacciata con foulard verde, 1914, Nudo disteso, 1917, altri capolavori
dell’Espressionismo austriaco come Ritratto di Henryka Cohn del 1908 di Richard
Gerstl, Venere nella grotta del 1914 di Koloman Moser, Autoritratto con una mano
che sfiora la guancia del 1918-1919 di Oskar Kokoschka, che per la prima volta
sono riuniti in un progetto tanto ambizioso, quanto completo ed esaustivo.
Schiele nasce nel 1890 a Tulln, una cittadina nei pressi di Vienna. A quell’epoca,
la capitale asburgica conosce una straordinaria crescita demografica ed è un
centro commerciale e culturale fiorente e di forte richiamo, riferimento per le
menti più vivaci dell’impero. Il clima artistico è animato in quegli anni dallo
scontro di correnti di stampo opposto e dall’affermarsi di spinte innovative
quali, prima fra tutte, la Secessione fondata nel 1898, presieduta da Gustav
Klimt. Essa riconosce all’arte il ruolo di forza propulsiva, ma anche di
denuncia della realtà e, in quanto tale, di forza redentrice dal falso moralismo
della società dominante. L’inclinazione a contenuti simbolici, così come
l’abbandono della prospettiva, la centralità della figura umana incastonata in
uno spazio piatto, sono elementi tipici dell’arte secessionista, ripresi ed
estremizzati dall’Espressionismo. All’epoca della fondazione della Secessione,
Schiele è solo un bambino, sebbene artisticamente dotato e con una forte
passione per il disegno. Più tardi, studente dell’Accademia, il suo stile sembra
aver già assorbito molto delle innovazioni della nuova corrente artistica, e in
particolare della lezione di Klimt. Ma già un anno dopo queste relazioni
sembrano essere state superate. In un lasso di tempo brevissimo, infatti, in
Austria, e più propriamente a Vienna, si assiste allo sviluppo di
controtendenze, ovvero di tendenze espressioniste, da parte di giovani artisti
“dissidenti", primi tra tutti Schiele, Kokoschka, Gerstl, appartenenti alla
generazione successiva a quella di Klimt, Moll, Moser e di altri secessionisti.
Tutto ciò accade in un frangente storico significativo, cioè mentre l’Impero
Asburgico avanza nel proprio declino, mettendo in crisi un mondo dalle
fondamenta secolari. Non a caso, proprio in questo momento storico, mentre Freud
scrive l’Interpretazione dei sogni, interrogandosi sulle pulsioni e le paure
umane, a Vienna forti spinte creatrici demoliscono i saldi principi delle
maggiori arti. Se in ambito musicale Schönberg introduce il metodo dodecafonico,
dal punto di vista prettamente formale, il vincolo della linea netta e regolare
tipico della Secessione, viene superato a favore di un tratto più libero e
sciolto – si guardi l’ultimo Klimt – per diventare tormentato nei giovani
Schiele e Kokoschka. Ciò che accomuna sotto la stessa etichetta i giovani
artisti, è il rifiuto della tradizione, l’uso di un segno primitivo ed
elementare, l’impiego antinaturalistico del colore, la tendenza alla
deformazione e alla riduzione delle forme a pure sagome (particolarmente
evidenti in Albin Egger-Lienz), un linguaggio pittorico convulso e corposo, come
per Anton Kolig nelle cui opere, le campiture cromatiche e le costruzioni
spaziali sono tipiche del Fauvismo e memori di Cézanne; o nelle opere di Herbert
Boeckl, pittore del secondo Espressionismo, che sintetizza la poetica di Schiele
e Kokoschka con quella cezanniana.
Dal punto di vista più concettuale, l’attenzione degli espressionisti per
l’auto rappresentazione, per i soggetti tratti dalla vita privata e per le
vicende autobiografiche, deriva da un forte individualismo, dalla perdita del
senso d’appartenenza a una collettività e persino a un movimento artistico.
Schiele, come Kokoschka e Gerstl, spettacolarizzano la fisicità dei corpi, ma il
corpo non è altro che il tramite verso l’interiorità dei personaggi
rappresentati. Quindi, non è il mero dato oggettivo ciò su cui i tre artisti
indagano, ma l’introspezione dell’Io e dunque, il peso psicologico delle
espressioni e dei gesti. L’attrazione di Schiele per la fisicità inizia a
diventare predominante a partire dal 1910, anche grazie alla frequentazione con
artisti di discipline che fanno del corpo stesso il proprio strumento, come il
mimo Erwin van Osen e la danzatrice esotica Moa. Come Freud, anche Schiele si
addentra nell’animo umano. Prima di lui, nessun altro artista era stato così
spregiudicato nel ritrarre le pulsioni più intime delle proprie modelle. La sua
composizione perde i “bizantinismi" di Klimt, a favore di una maggiore
essenzialità, il disegno è più nervoso e immediato, lo spazio si annulla, i
punti di vista sono arditi e inconsueti, le posture disarticolate e sgraziate
tanto da rendere i corpi mutili e ridotti nelle parti anatomiche. Anche nella
rappresentazione dei paesaggi, Schiele rinuncia a qualsiasi connotazione
topografica, rinnegando la prospettiva, tanto da ridurli a una giustapposizione
di forme geometriche. Solo più tardi, durante la guerra, il suo stile diventa
significativamente più realistico, le figure acquistano maggiore
tridimensionalità, ma l’indagine dell’interiorità del soggetto non viene mai
meno. Non si dimentichi poi che il dato biografico dei singoli artisti gioca un
ruolo fondamentale nella loro produzione. Basti pensare alle vicende personali
di Schiele. Ai passaggi dolorosi della propria infanzia, come la morte del padre
malato di depressione, si unisce un carattere da vero borderline. La vita
dissoluta condotta con l’amante Wally Neuzil (la donna dai capelli rossi e dagli
occhi verdi che campeggia in molti suoi disegni), l’esperienza del carcere in
seguito all’accusa di abuso su minori, vanno di pari passo con la crescita della
sua visibilità nel panorama artistico, all’interno del quale egli partecipa
attivamente, esponendo presso le maggiori istituzioni di Vienna, Berlino,
Dresda, Praga e Zurigo. Ma la sua carriera viene stroncata da una morte
prematura, all’età di soli 28 anni. A rendere questa mostra un evento davvero
eccezionale, oltre alla bellezza delle opere esposte, contribuisce anche la
collaborazione con il Leopold Museum di Vienna, la cui raccolta di capolavori
(in parte messa a disposizione del pubblico italiano, proprio grazie alla mostra
di Palazzo Reale) è depositaria di un momento cruciale della storia che ha
profondamente segnato l’intera cultura europea del secolo scorso.
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